È stato annunciato come un sogno. Ma la cittadella della carità – il chilometro quadrato dei santi sociali nel cuore di Torino, dove si trovano l’uno a poca distanza dall’altro, il Distretto Sociale Barolo, il Cottolengo, Valdocco e il Sermig – si appresta davvero a diventare Patrimonio dell’Umanità Unesco. Si sono infatti concluse nel pomeriggio di mercoledì 11 marzo 2026 le consultazioni della Diocesi di Torino con il Comune di Torino, la Città Metropolitana e la Regione Piemonte per far partire la proposta di candidatura internazionale.
Cittadella, patrimonio Unesco. Idea del cardinale Repole
Era stato l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, lanciare l’idea di rendere patrimonio Unesco la cittadella della carità. Una città della solidarietà al centro del capoluogo piemontese. Lo aveva fatto a metà gennaio, in margine all’inaugurazione della scultura dedicata a Giulia di Barolo, a pochi passi dal Santuario della Consolata.
Il desiderio era quello di “far conoscere una mappa unica nel mondo -aveva spiegato – Quella del quartiere dove operarono i grandi Santi dell’Ottocento, da Giovanni Bosco a Giuseppe Cottolengo, Leonardo Murialdo, Giuseppe Allamano, Giulia e Tancredi di Barolo, Giuseppe Cafasso”. Un autentico faro di accoglienza e una culla di pace.
Un comitato tecnico per l’iter della candidatura
A meno di due mesi da quell’invito del cardinale, si costituisce oggi un primo gruppo tecnico per avviare l’iter di candidatura. Nelle prossime settimane la Diocesi, rappresentata dalla referente della Caritas Elide Tisi, avvierà le procedure. Ad affiancarla, sin dall’inizio e nelle diverse fasi, gli enti locali. Ma anche gli istituti religiosi che discendono dai Santi fondatori e che ne proseguono la missione. E poi vari altri stakeholder, prime tra tutti le fondazioni bancarie.
Santi sociali a servizio dei malati, dei giovani, dei carcerati, delle missioni
È esemplare la storia, ma anche il presente del distretto della carità, nato dall’intuizione e dall’impegno di santi instancabili nel servizio per gli ultimi. “I Santi che operarono nell’Ottocento – ha osservato Repole – mobilitarono la città nella lotta alle grandi sofferenze dei poveri. E realizzarono in pochi decenni opere meravigliose sul fronte della cura dei malati, dei giovani, dei carcerati, della mondialità”. Il riferimento è alla Piccola casa del Cottolengo, ai Salesiani di don Bosco, ai Giuseppini del Murialdo, ai Marchesi di Barolo, al Cafasso e ai Missionari della Consolata. Tutto senza dimenticare altre figure centrali che si muovevano in quegli stessi anni in Torino, dal beato Faà di Bruno, ai beati fratelli Boccardo.
Estesa rete di solidarietà, da Torino al mondo
“Nel piccolo quartiere alle spalle di Porta Palazzo l’ispirazione alla carità e alla solidarietà sociale mise particolari radici – ha ricordato il cardinale – Oggi diffuse da Torino in tutti i continenti. Fu un’esperienza unica. Oggi diremmo che fu una esperienza di rete”. Un’eredità che non si è mai esaurita. E che anzi ha trovato sempre nuovi spunti per evolversi e per rispondere alle necessità dei tempi.
“Come il Museo Frassati, aperto di recente, dedicato proprio alla memoria dei Santi torinesi”, ha precisato l’arcivescovo. Di qui l’invito all’Unesco a valutare “l’eccezionale messaggio universale” di questo quartiere della santità.
Dalla Cittadella della carità una lezione a rimanere umani
Vero che oggi un po’ tutto pare meritevole di farsi patrimonio dell’umanità, dai portici, alle grotte, dai giardini alle ricette culinarie. Ma in tutto questo il pericolo – ammonisce Repole – è che proprio il significato dell’umanità si stia perdendo. “Penso – aveva sottolineato infatti Repole al momento di lanciare l’iniziativa – che il più grande patrimonio dell’umanità sia l’umanità stessa. La vicenda di questo chilometro quadrato ci dice appunto che è possibile rimanere umani. E rimanerlo insieme a tutte le donne e gli uomini. A cominciare dagli ultimi”.
Paola Cappa – AGD notizie
