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16 Settembre 2021

Into Paradiso

La seconda proiezione della rassegna Cinema in Giardino del Festival dell'Accoglienza
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Per la seconda serata della rassegna Cinema In Giardino di nuovo TUTTO ESAURITO
Un grande ringraziamento alla regista Paola Randi, all’attore Haroun Fall e al Torino Film Festival!


I commenti alla serata di alcuni presenti:

“La regista Paola Randi ci ha raccontato come – sul set così come nella vita – sui nostri programmi o sulle nostre sceneggiature si imponga la realtà che passa attraverso le relazioni umane.” (Annamaria)

“Il discorso fatto da Haroun è stato straordinario: ci ha detto che la bellezza del mondo viene dalla disponibilità a farsi contaminare dall’incontro con l’altro” (Walter)

“il giardino interno dell’UPM, trasformato in un cinema all’aperto, ci mostra un altro modo di fare cultura, comunità e innovazione sociale” (Giovanna)

“Alfonso D’Onofrio fa il ricercatore universitario, si definisce uno scienziato che studia le cellule, più precisamente come le cellule comunicano tra di loro. Noi non sappiamo molto di più sulle cellule di Alfonso, salvo renderci conto, nel corso del film, di come sia lo stesso Alfonso a voler trovare la strada della comunicazione con gli altri esseri umani, per quanto diversi, siano essi amici di vecchia data, donne affascinanti, mafiosi o singalesi. Ciascuno vuole comunicare la propria straordinaria unicità alle creature che lo circondano, vuole affermare di esistere, vuole essere riconosciuto dal suo prossimo perché ne ha bisogno. Alfonso perde il lavoro, chiede aiuto ad un amico che  lo trascina in una resa dei conti tra camorristi e scappando incontra il singalese Gaayan, e tutto il suo mondo di singalesi trapiantati nel cuore di Napoli.

Nelle prime scene del film vediamo la figura del ricercatore che attraversa i vicoli di  Napoli: l’uomo che cammina di spalle ricorda un po’ Totò e un pò un personaggio delle comiche, incerto e appena sgraziato, e ci fa entrare piano piano in un mondo in cui camorra, immigrati, quartieri della Napoli multiculturale, cimitero e mondo universitario si mescolano in una dimensione ingenua e surreale, nelle migliori tradizioni delle favole partenopee. Le sequenze d’interni nell’attico fatiscente, con l’interazione tra Alfonso, Gaayan e Vincenzo imbavagliato e costretto su di una sedia malconcia finiscono di perdere la drammaticità per acquisire i contorni della commedia. Il divario tra l’Italia desiderata e immaginata da Gaayan e la realtà del lavoro che gli viene effettivamente offerto, quello del badante, perde il contenuto angosciante perché si risolve in una serie di scenette che hanno come protagonista Don Juan de Marco e la bella Estela.   Una dimensione naif in cui anche la violenza mafiosa non si risolve in tragedia, tant’è che l’unica scena di mattanza collettiva ha le caratteristiche della comica. Ma l’ingenuità infantile e l’ironia non tolgono niente al significato del film, che mette a confronto culture profondamente diverse, le intreccia e trova in modo semplice e geniale il comun denominatore, l’umanità. Alla fine Alfonso e Gaayan hanno forse perso tutto, ma si sono legati di amicizia e solidarietà e hanno salvato la pelle, e questo li rende fiduciosi.  Nonostante il sapore fiabesco, ci ritroviamo a credere in questo lieto fine della comprensione umana e dei sentimenti, perché pensiamo che è possibile”. (Roberta)